Proposta Radicale 36 2026
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Recensioni

Inlander, il pittore perduto e “ritrovato”

di Valter Vecellio

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Dal Gargano l’angelo delle meraviglie

di Va. Ve.

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Inlander, il pittore perduto e “ritrovato”

Inlander, il pittore perduto e “ritrovato”

di Valter Vecellio

Esploratore”, ma anche, come tutti gli artisti, “migrante perpetuo”. Un romantico, “credeva nella bellezza dell’arte, nella sua fallibilità ma anche nella sua potenzialità…”. Ecco: ora abbiamo un’idea di chi sia stato Heinz Inlander. Paesaggista e ritrattista nato a Vienna nel 1925, ebreo in fuga per le persecuzioni razziali, si rifugia in Inghilterra… La penosa e difficile vita di tanti che riescono a sfuggire alla Shoah perpetrata dai nazisti e dai loro fattivi complici. 

Ron Burnett è il nipote di Inlander. Canadese, presidente emerito della Emily Carr University of Art and Design di Vancouver. È autore di “How Images Think”, “Cultures of Vision”, e centinaia di articoli dedicati alla cultura dei media e alla comunicazione visiva. Grazie a Maria Gabriella Quercia che ne ha curato l’edizione assieme all’editore Davide Ghaleb e a Francesca Marcelli che l’ha tradotto, ecco questo sugoso tomo di 327 pagine, arricchito da un’eccellente selezione di illustrazioni di opere di Inlander.

È il racconto di una vera e propria Odissea. Maestro dell’espressionismo astratto, della ritrattistica e del paesaggio, Inlander e la sua famiglia fuggono da Vienna alla vigilia dell’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista. Il racconto procede in un caleidoscopio in cui si alternano narrativa, finzione, riflessioni che compongono un affasciante mosaico ricco di vita. 

Le atmosfere sono quelle viennesi, triestine, londinesi… ma quelle che maggiormente intrigano sono le pagine dedicate a un paese distante una manciata di chilometri da Roma, Anticoli Corrado.

Un cinefilo ricorderà che ad Anticoli hanno girato gli “esterni” di un film di Stanley Kramer, “Il segreto di Santa Vittoria” con Anna Magnani, Anthony Quinn, Virna Lisi, Renato Rascel, Giancarlo Giannini. Film ingiustamente poco considerato.

Non solo quel frammento di notorietà. Il paese ha attirato anche piccoli gruppi di artisti. Negli anni ’30 vi si rifugiano gli spiantati pittori della scuola romana, vi soggiorna anche Oskar Kokoschka; negli anni ’70 ad il poeta spagnolo Rafael Alberti in esilio. Un museo con le loro opere ricorda questi passaggi.

Il libro di Burnett, pubblicato in occasione del centenario della nascita di Inlander, va al di là del “semplice” racconto della vita e delle traversie di questo artista “perduto” e della sua famiglia. È la metafora della capacità dell’arte e dello spirito umano di affermarsi e superare le più drammatiche avversità. In questo senso Inlander da “pittore perduto” diventa “ritrovato”, o “scoperto”.

Ron Burnett

Heinz Inlander il pittore perduto – Ghaleb Editore

Dal Gargano l’angelo delle meraviglie

Dal Gargano l’angelo delle meraviglie

di Va. Ve.

Il luogo: Locarno, Canton Ticino. Sono i giorni del Festival internazionale del cinema. Tra un film e l’altro un’occhiata all’invitante libreria Locarnese che dà proprio sulla Piazza Grande. In uno scaffale un libretto con in copertina con un volto inconfondibile, quello del “Maestro”: “Giorni felici con Leonardo Sciascia”, pubblicato dall’editore ticinese Casagrande. È il primo incontro con Antonio Motta. Ne verranno altri, di felici “incontri”: un paio di eventi a Racalmuto; “Il Giannone”, curatissima e benemerita rivista annuale, monografie di grandi della nostra letteratura; l’amore (che altro termine usare?) per ogni cosa che anche alla lontana riguardi Sciascia, la dedizione totale al Centro di documentazione” intitolato allo scrittore e “allargato”: formidabile “Archivio del ‘900”, a San Marco in Lamis, sul Gargano.

È in quella terra che sorge il santuario di Monte Sant’Angelo. Antico di secoli, secondo la tradizione, l’Arcangelo Michele appare nel 490 d.C. al vescovo Lorenzo Maiorano. C’è un libro che ne racconta storie e avvenimenti, il Liber de apparitione sancti Michaelis in Monte Gargano; tre episodi fondamentali: un toro smarrito, ritrovato nella grotta; la vittoria su nemici pagani grazie all’intervento dell’Arcangelo; la consacrazione miracolosa della grotta nel 493.

È in questi luoghi che Motta vive, raccoglie le sue preziose “reliquie” laiche da antiquari e archivi dismessi, li cura, restituisce loro nuova vita. E Sciascia? Lo conosce a Roma, è il 1983: Albergo Nazionale, è lì che lo scrittore alloggia quando viene a Roma, in quegli anni è parlamentare eletto nelle liste del Partito Radicale; si occupa prevalentemente del caso Moro. Nasce un’amicizia, sugellata da molte frequentazioni, fino alla morte dello scrittore, nel 1989. “Giorni felici”, come titola il libro pubblicato da Casagrande. I due si intendono, dialogano con gesti misurati, monosillabi, silenzi. Sono fatti per intendersi, entrambi uomini del Sud, un meridione diverso ma c’è comunque un legame. Lo stesso che univa il siciliano Sciascia al calabrese Mario La Cava, al lucano Rocco Scotellaro…

Un “viaggio” fantastico, lo definisce Motta: “Nel 1976 la biblioteca comunale del mio paese organizza un ciclo di conferenze sugli scrittori meridionali per i corsi serali delle 150 ore, frequentati dai lavoratori. A me tocca Sciascia. Gli scrivo e qualche mese dopo mi arriva la lettera con le risposte alle mie domande. Da quella lettera ha inizio questo mio viaggio che continua tutt’ora con la stessa passione immutata”. Racconta di quando Sciascia giunge sul Gargano: “Nel 1986, al culmine della sua fama letteraria, viene qui a ritirare un premio. Tiene un incontro a scuola, affollatissimo. L’immagine che mi porto dentro di quel giorno memorabile è di uno strenuo combattente che credeva fermamente nella cultura contadina da cui proveniva, poco nella modernità”.

“L’Angelo del Gargano” è un plaquette elegante di una cinquantina di pagine colore dell’avorio. “Non è del tutto un racconto che dovrebbe presupporre una misura conclusa e esatta”, annota Lucia Tancredi nella prefazione. “piuttosto, si configura con quel genere letterario detto ‘abbozzo’: una stesura compendiaria, aperta al gioco delle variazioni, che volentieri potrebbe dilungarsi in un romanzo”.

Una traccia: “il tessuto narrativo prende le movenze dal memoir, dalla ricreazione storica, dall’epica di brigantesse e famigerati personaggi postunitari, dal giallo. Oppure potrebbe essere un raffinatissimo pastiche in cui l’ironia trama una complicità confidente con il lettore”.

Basta così. Anche il lettore deve collaborare con la “sua” lettura. Non ne resterà deluso, sarà tentato di saperne di più; ne guadagnerà in “maraviglia”.

Antonio Motta

L’angelo del Gargano – Centro Documentazione L. Sciascia

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